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Viaggio della memoria: a tu per tu con gli scheletri nell’armadio di un’umanità tutt’altro che perfetta!

Auschwitz…quante volte abbiamo letto sui libri di scuola questa parola? Quante volte ci siamo chiesti, nel nostro piccolo, quanto di tutto quello raccontato sui manuali avesse potuto mai avere luogo a pochi passi da noi?

Auschwitz è il luogo in cui vennero sterminati milioni di ebrei: uomini, donne, bambini di ogni età…non c’era differenza alcuna, ma un’unica somiglianza: l’appartenere ad una “razza” che per Adolph Hitler non aveva senso di esistere!

Recarsi ad Auschwitz è il minimo che si possa fare per portare avanti il ricordo ed evitare di ricadere in errori che hanno macchiato la faccia dell’umanità intera, considerando l’uomo un essere spregevole e degno di tutto, tranne che di rispetto! Sembrano passati tanti anni ed effettivamente è così, ma una volta giunti ad Auschwitz, si sente nell’aria qualcosa di diverso. Il cielo è cupo, il freddo entra dritto nelle ossa e non è assolutamente facile stare in piedi senza muoversi per potersi riscaldare almeno un po’ e tutto ciò che c’è intorno è solo vuoto e macerie.

Treno della memoria: un’occasione unica per riflettere e testimoniare in nome del ricordo

L’Associazione Treno della Memoria promuove da lunghi anni percorsi sulla memoria e sull’educazione della cittadinanza attiva ed è una delle principali che si occupa di accompagnare migliaia di giovani ogni anno ai principali campi di sterminio e di concentramento disseminati tra Germania e Polonia, quei campi che un tempo erano attivi e fumanti e che rappresentavano delle vere e proprie macchine di distruzione nelle mani di Hitler e dei funzionari delle SS.

Solitamente Cracovia viene scelta come città tappa in cui soggiornare per i giorni del viaggio e il progetto prevede la visita teatralizzata della città, in cui tramite la voce degli attori si ripercorrono alcuni dei momenti salienti e dei luoghi della storia degli ebrei polacchi come il ghetto ebraico e la fabbrica di Schindler.

Il primo campo di concentramento visitato è stato quello di Ravensbruck, a circa 90 km da Berlino. Esso non nasce inizialmente come campo di concentramento ma come campo di rieducazione e ciò che lo rendeva particolarmente diverso dagli altri consisteva nel fatto di essere un campo femminile. Fu qui che vennero rinchiuse più di 2.000 donne provenienti dai paesi occupati e dalla Germania e fu qui che vennero addestrate alcune delle più pericolose guardie naziste donne durante il regime.

In realtà ad osservarlo bene, il campo di Ravensbruck non sembra un posto così tanto inospitale, è immerso quasi completamente nella vegetazione ed accanto c’è un lago immenso e pittoresco. Il campo è un po’ più piccolo rispetto agli altri campi, ma è stato il campo che più mi ha fatto sentire male e lasciato perplessa…forse in quanto donna, è più facile immedesimarsi in altre donne ed in quelli che poi sarebbero stati i loro destini. E’ proprio qui che i comandanti delle SS hanno ucciso tantissime donne gettando le loro ceneri proprio in quel bellissimo lago adiacente al campo. E’ stato qui che con le ginocchia tremanti ed il naso rosso a causa del gelo, nonostante fossi completamente coperta, ho pensato che se fossi stata rinchiusa nel campo come ebrea, prigioniera politica o semplicemente come donna non conforme al regime non sarei riuscita a sopravvivere scalza, malnutrita e con un semplice pigiama a righe e che probabilmente avrei scelto di morire. In queste condizioni, nessuna donna avrebbe avuto la capacità di fantasticare o avere dei ricordi che potessero confortarla né tanto meno speranze…non sarebbe stato possibile  pensare a nulla, se non a quello che stava succedendo. Molte donne, proprio così come la stragrande maggioranza dei prigionieri non riuscivano a capire il perché delle atrocità subite, non conoscevano il motivo per cui si veniva rinchiusi o separati dai propri figli, d’altronde i tedeschi piombavano all’improvviso nelle loro vite e devastavano i loro averi senza dare loro alcun tipo di spiegazione. Lì a Ravensbruck, tantissime donne furono trasformate in “conigli”, divenendo letteralmente cavie di esperimenti volti a creare una “pura razza ariana” e sempre lì tutte le donne venivano sterilizzate per evitare di dar vita a nuove vite che non avevano alcuna colpa se non quella di essere nate non ariane.

Auschwitz e Birkenau: il vuoto dentro e fuori

Nel momento in cui ci troviamo a preparare un viaggio e siamo lì pronti a partire con il nostro bagaglio in mano portiamo spesso con noi anche tutte le aspettative di quello che sarà il nostro viaggio e le nostre emozioni. Partire ad Auschwitz significa spogliarsi di ogni aspettativa, perché nessuna aspettativa potrebbe essere all’altezza delle sensazioni provate una volta giunti al campo. Auschwitz, reso ormai come un museo, è inconfondibile con la sua scritta “Arbeit macht frei”, che ben descriveva le menzogne dei campi di concentramento: qui vengono consegnate delle cuffiette ed una radiolina ad ogni partecipante attraverso cui è possibile non perdersi una parola di quanto raccontato dalla guida ed isolarsi completamente con i propri pensieri.

E’ qui che vennero sterminati più di un milione di ebrei provenienti dalla Germania, Polonia e dalle zone occupate dai tedeschi ed è qui che tutto quanto abbiamo letto sui libri di scuola inizia pian piano a materializzarsi davanti ai nostri occhi: migliaia di scarpe, valigie, tazze di latta e una grandissima quantità di capelli sono ciò che rimane di uomini, donne e bambini che venivano spogliati della loro identità e privati di tutto, soprattutto della loro dignità di esseri umani.

In questo luogo si respira oggi profondo rispetto e si hanno spesso sensazioni contrastanti…è facile e comune a molti provare un senso di colpa per non essere rimasti completamente esterrefatti, per sentirsi quasi impassibili di fronte a così tanta crudeltà.

Questi sentimenti diventano ancor più forti ed intensi nel campo di Birkenau: qui restano le macerie delle vecchie baracche in cui gli ebrei vivevano ammassati e maltrattati e le rovine di quelle che un tempo erano le camere a gas, chiamate “docce” dai tedeschi. A Birkenau sarebbe stato impossibile ritrovare o avere notizie di un proprio familiare…il campo copre uno spazio immenso, difficile da descrivere e quantificare e sembrava impossibile anche solo pensare che tutto quell’enorme luogo fosse stato pensato per sterminare un’intera razza di esseri umani.

Il rumore dei pensieri sovrasta quello dei passi e non si può fare a meno di pensare, immaginare e tentare di immedesimarsi. Non sembra possibile che qui possa esserci stato amore.
D’altronde cosa è l’amore? E’ il dare…è il prendersi cura dell’altro incondizionatamente. Ma qui l’amore c’era…c’era tra i prigionieri che hanno scelto di sacrificarsi per l’altro, negli abbracci fortuiti e nelle amicizie nate tra i campi…a dimostrazione che la violenza non può mai vincere.
A ben pensare, Auschwitz non è una realtà così tanto lontana. La strage dell’Olocausto nasce fondamentalmente dal pregiudizio di una presunta razza superiore, quella tedesca, di poter sterminare una razza malata. Auschwitz c’è ancora oggi tutte le volte in cui una donna iraniana viene uccisa perché si rifiuta di mettere il velo…c’è tutte le volte in cui una persona omosessuale viene picchiata o discriminata in quanto “diversa”…c’è tutte le volte in cui una nave carica di migranti viene lasciata in mare per giorni…e c’è tutte le volte in cui un uomo, un governo, un’autorità o un gruppo possiede la presunzione di decidere il destino e la vita di un altro uomo senza averne diritto.

 

Testo a cura di Alessia Liberti

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